Jacques Bidet

 

Classe, partito, movimento – classe, « razza », genere

 

Convegno Democrazia: Crisi di legitimità i conflitti,

Roma 2009, Università La Sapienza


 

 

 

                                                                                                                 

La tradizione marxista ricollega la configurazione dei partiti a quella delle classi sociali. Si può accettare questa idea e tuttavia  pensare che l'analisi che il marxismo classico offre delle classi, e dunque dei partiti, richieda una profonda revisione. Ci sono certamente, al mio parere, due classi. Ma la classe dominante è un’hydra con due teste – che chiameremo la "finanza" e l’"élite". Per questo, la politica che cerca di abbatterla  è un gioco a tre, e non semplicemente uno scontro tra due classi. In queste condizioni, la lotta per l'emancipazione popolare non ha come orizzonte ultimo il "socialismo", che porta ancora il segno del dominio, ma, come del resto suggerì Marx, il "comunismo", posto che questo significhi il trionfo, ugualmente condiviso da tutti, della parola e della vita. Quindi questa lotta si trova di fronte alla sfida di fare convergere tutti i conflitti, apparentemente disparati, che attraversano la società moderna, e i movimenti che li fanno propri. Ciò richiede innanzitutto di decifrare – secondo un concetto mutuato dal femminismo materialista contemporaneo[1] - la "consustanzialità" dei rapporti sociali di classe, di « razza » e di genere, nel senso che essi sono co-costitutivi della « forma moderna di società». Per questo, il partito dell’emancipazione non è soltanto un’organizzazione di classe ; è altrettanto un partito femminista, internazionalista e verde, un partito del movimento. Questa è l'idea che cercherò di stabilire, in termini di un allargamento – che io chiamo "metastrutturale" – della teoria di Marx[2].

 

 

approccio metastrutturale alle classi

 

Marx ha evidenziato due concetti sociali fondamentali, due "mediazioni" (Vermittlungen), il mercato e l'organizzazione, che, in una società complessa, sostituiscono il rapporto discorsivo "immediato" tra gli individui. Ma, di questa coppia, egli ha fatto un uso improprio, inserendola nel Grand récit” che conduce dal mercato capitalista fino alla sua abolizione nel presunto concertato socialismo. Egli "ha visto senza vedere" che l'organizzazione costituisce di per sé un « fattore di classe ». E, in tale misura, il suo discorso rivoluzionario è, insieme, un discorso di classe, che declina il  comunismo in termini di socialismo:  che interpreta la rivoluzione dal punto di vista degli organizzatori.

 

La classe dominante. Per rimuovere questa ambiguità, si deve considerare più da vicino la coppia « mercato / organizzazione », che Marx, a buon diritto, ha messo al centro dell’analisi. Questi sono i due principi di coordinamento razionale nella scala sociale. Se è vero che la modernità capitalista si basa su una "strumentalizzazione della ragione", questi sono i due fattori di classe, che si combinano nel moderno rapporto di classe. La classe dominante ha dunque due poli, quello dei proprietari e quello dei organizzatori (i dirigenti e i “competenti”), quello del potere mercantile basato sui titoli di proprietà, e quello del potere organizzativo - culturale basato sui titoli di autorità-competenza. Quelle due forze sociali – i proprietari e i “dirigenti e competenti” – hanno un rapporto mutuale, allo stesso tempo, di collusione e di antagonismo. Per quanto riguarda la continuità tra i “dirigenti”  e i “competenti”  – dalla produzione e dall’amministrazione alla cultura –, essa risulta dal fatto che si tratta sempre del rapporto tra mezzi, supposti razionali, e fini, supposti ragionevoli. Questo allargamento della concettualità di Marx permette non solo di identificare il "bipolarismo" della classe dominante, ma anche di descrivere l'altra classe.

La classe fondamentale. Ho proposto il concetto di "classe fondamentale" per far riferimento in positivo, a coloro che un linguaggio paternalistico tratta unilateralmente come "dominati", e non come attori storici. Siamo in grado di decifrare questa positività solo a condizione di prendere in considerazione al di qua dei rapporti di classe, i fattori di classe - organizzazione e mercato – in quanto sono le forme sociali della nostra comune razionalità –ragione, strumentalizzata, è vero, nel loro opposto. Così intesa, la classe fondamentale viene divisa in diverse frazioni, secondo che predominino le relazioni di mercato (lavoratori "indipendenti"), di organizzazione (impiegati di enti pubblici), o una più forte interazione tra i due fattori (impiegati privati). Per quanto riguarda l’« escluso » moderno - disoccupazione, esercito di riserva, e così via. –,si deve referirsi al fatto che questi fattori di classe, organizzazione e mercato, possiedano precisamente una dimensione esterna, sebbene all’interno della società.

Ricapitolando, la classe fondamentale si definisce in primo luogo dal fatto che si costituisce – produce, consuma, inventa, crea un mondo di riconoscimento e di solidarietà, e dei modelli culturali – attraverso relazioni mercantili e organizzative “co-embricate”. È in tali circostanze che essa viene sfruttata, proprio attraverso queste mediazioni che sono allo stesso tempo i suoi punti di forza per l’emancipazione. Nel prisma positivo dei fattori di classe, la classe fondamentale risulta nella sua unità e diversità dinamica. Come entità politica. Come "potenza". Come potenza fragile e divisa.

 

Il paradosso della lotta-alleanza di classe. Si può quindi capire perché il marxismo fosse programmato per diventare la dottrina ufficiale di un "socialismo" storicamente basato su un'alleanza tra la classe fondamentale e il polo dominante dei « dirigenti » e « competenti ». Se una tale alleanza era fondata - e se lo è ancora in principio – ciò è dovuto, in primo luogo, al fatto che l'emancipazione dei rapporti di classe non può avvenire senza che sia disgiunta la morsa che formano, nella loro complementarità, i due poli della classe dominante ; e, d'altro lato, perché il potere della competenza è di natura diversa rispetto a quello della proprietà. In breve, esso “si esercita” in qualche modo, solo nel suo esporsi. Cosi esso si riproduce, certo,  ma in un modo più aperto alle critiche e alla sovversione. è meno radicalmente sottomesso che il potere proprietario capitalista alla logica della ricchezza astratta.

Ma c’è un divario tra un discorso teorico di classe, originato da Marx, che raffigura un presunto gioco a due classi, identificate come quella dei capitalisti e quella dei lavoratori, e una pratica politica, apparentemente ispirata dalla stessa teoria, che, in realtà, impiega surrettiziamente non due, ma tre attori: la classe fondamentale e i due elementi della classe dominante, ossia i proprietari capitalisti e i « dirigenti e competenti ».

Il successo del movimento socialista risulta infatti dall'incontro tra il "proletariato" e il polo dell’organizzazzione-competenza. E questo secondo due diverse linee di evoluzione. Da un lato, quella che conduce al "socialismo reale", fino alla confisca del potere da parte degli "organizzatori". Dall’altro quella che conduce al compromesso socialdemocratico in Occidente, dagli anni 30’ agli anni 70’ del novecento. Le rivoluzioni tecnologiche e politiche della fine di questo secolo hanno modificato la situazione. Esse consentono lo sviluppo del capitale finanziario e delle multinazionali, che sconvolge la rete degli Stati-nazioni. Così è emerso un nuovo ordine sociale, una staticità capitalista strisciante sulla scala dell’ordine di uno Stato-mondo, che dà forza di legge mondiale al dispiegamento asimmetrico del capitale, sotto dominazione sistemica – nel senso del « sistema-mondo » imperialista.

L'alleanza tra la classe fondamentale e i dirigenti-e-competenti poggiava sul contesto dello Stato-nazione, in quanto luogo di progetto economico e politico, che sottoponeva , presumibilmente almeno, la logica del profitto, delle relazioni mercantili, ad un principio di organizzazione collettiva razionale-ragionevole. Ossia lo stato-nazione come Stato sociale nazionale. I « dirigenti e competenti » e la classe fondamentale, pur rimanendo nelle loro contraddizioni di classe, convergevano su obiettivi in cui entrambi  potevano parzialmente riconoscersi. Quando trionfa il neoliberalismo, i « dirigenti e competenti » smettono di avere un proprio progetto che possa essere condiviso con la classe fondamentale. Essi tendono spontaneamente a mettere le loro "competenze" al servizio del nuovo ordine dominato dalla finanza. In queste condizioni, anche i partiti di tradizione operaia perdono i loro punti di riferimento e incominciano a girare a vuoto. È il tempo del populismo: quando i dirigenti-e-competenti non sono più prevalenti, quando prevale la parola mercantile, che fa fuoco di tutto.

 

 

APPROCCIO METASTRUTTURALE AI PARTITI

 

Il paradosso classi/partiti. Il paradosso dell’alleanza mostra tutta la sua complessità nel paradosso  « classi / partiti ». La divisione in due classi, come si capisce dal marxismo classico (capitalisti versus salariati), sembrava che dovesse tradursi semplicemente in uno scontro politico tra sinistra e destra. Infatti, la lotta sociale si deve certamente intendere come uno scontro tra due classi, ossia quella dominante contro quella fondamentale. Ma, come abbiamo visto, la moderna dominazione di classe comporta due distinte forze sociali polari, la finanza e l’élite. La lotta si deve quindi interpretare come un gioco a tre protagonisti. E questo su una scena politica che, tuttavia, comporta solo “due collocazioni”, la destra e la sinistra. Le quali - e questo è il colmo del paradosso - non corrispondono alla dualità delle classi coinvolte, - ma, alla prima, alla dualità dei poli di dominazione. Mi sembra che il marxismo classico, proprio perché egli è stato trattenuto da una certa posizione di classe, non ha mai padroneggiato questo  complesso dialettico , che una politica di emancipazione è pertanto chiamata a decifrare.

Il dispositivo politico legittimo, nei tempi moderni, comporta un governo in cui prevale la decisione della maggioranza. Ciò non impedisce la manipolazione di tale maggioranza in diversi modi : un diritto di voto selettivo (maschile, etnico, censuario, una suddivisione intelligente delle circoscrizioni elettorali, una seconda camera, un esecutivo "reale", ecc .. . Ma è un dato normativo irriducibile. Però - questo è ancora il paradosso - il principio di legittimità formale che divide in due la scena politica, non dice per sé niente della sostanza della controversia tra le due partiti suscettibili di essere in maggioranza o in minoranza . è sorprendente che questa coppia formale maggioranza / minoranza si definisca costantemente, in chiave destra / sinistra, o viceversa,  che è significativa di un contenuto socio-economico-ideologico assai determinato. Questo dovrebbe suscitare una sorpresa teorica.

In breve, come si sa, la destra dà più potere alla proprietà, la sinistra più potere all’organizzazione. Questa ponderazione dell’uno o dell'altro fattore di classe può, tuttavia, variare considerevolmente: una destra francese valeva, fino a poco fa, una sinistra statunitense. Ma si può considerare che questo è un dato strutturale della moderna forma di società: alla struttura bipolare (di dominazione) di classe – secondo mercato e organizzazione, o proprietà e competenza – risponde una struttura bipolare di partito, più precisamente delle “posizioni di partito”, ossia di egemonia. La destra e la sinistra non corrispondono alla divisione delle classi, ma al bipolarismo della classe dominante.

 

Il paradosso del concetto di sinistra. E la classe fondamentale? Nel moderno sistema di legittimità, sulla base della maggioranza, il terzo è escluso. Ciò vuol dire che la classe fondamentale – a parte la possibilità di negare il gioco parlamentare, come ha fatto in episodi rivoluzionari – in realtà non ha una scelta. Per vocazione, almeno, essa sta "a sinistra" : nel posto politico che è anche quello del polo dei "competenti" – un elemento della classe dominante –, con cui l'alleanza gli è strutturalmente raccomandata. Non necessariamente nello stesso partito. In questo senso, nei partiti di sinistra c’è sempre un certo elemento di "interclasse". Nei primi partiti socialdemocratici, la preponderanza della classe operaia è stata notevole. La divisione del movimento socialista separò due forze politiche - socialisti e comunisti - caratterizzate da una relativa preponderanza dell’elemento operaio da un lato, e dell’elemento “dirigenti-e-competenti” dall’altro. Ma in ognuna delle due famiglie rimane l'eredità di un antica alleanza di classe, sempre manifesta.

 

Le "affinità elettive". E chiaro che i membri della classe fondamentale non si ritrovino specificamente a sinistra. Questo è, al mio parere, dovuto al fatto che le diverse frazioni di questa classe sono contrassegnate da una prevalenza del principio mercantile o del principio organizzativo, mediazioni razionali che sono anche fattori di classe: questa caratteristica positiva determina un’affinità elettiva con le forze sociali dominanti che le controllano rispettivamente.

Affinità a sinistra. I salariati pubblici sono direttamente inseriti in una relazione organizzativa di competenza, di natura gerarchica. Ed è su questo terreno che possono trovare un mezzo di difesa collettiva. E quindi di promozione individuale, per sé e per i loro figli. Gli impiegati delle grandi imprese si dividono in diversi strati e frammenti, secondo la stessa logica. Si può intuire quali frazioni si volgeranno spontaneamente piuttosto a "sinistra". Non le più sfruttate. Ma quelle che possono affidarsi alla competenza, quelle che sono consapevoli che la relativa sicurezza e il riconoscimento sociale di cui godono sono basati sulla loro capacità di organizzarsi collettivamente.

Affinità a destra. La posizione socio-economica dei lavoratori indipendenti viene definita, invece, in un contesto più specificamente mercantile. In tali circostanze, l'attore si aspetta essenzialmente la salvezza della propria capacità di iniziativa sul mercato. I suoi riferimenti, modelli e valori sono tendenzialmente quelli delle forze sociali della proprietà, che lo dominano. Anche una parte dei salariati, in particolare quelli delle piccole imprese è “indotta” a valutare il proprio destino in termini di mercato : quella che ha meno opportunità di promozione e meno possibilità di progettare il destino dei suoi figli attraverso la competenza. Meglio vale allora la sicurezza della relazione mercantile salariata, vissuta in un rapporto immaginario di benevolente prossimità e supposta meglio garantita dal tranquillo procedere degli affari.

 

La politica della classe fondamentali : lotta, alleanza e unità. L’analitica metastrutturale delle classi e dei partiti qui presentata è puramente formale, lasciando da parte il fatto che i partiti, anche se sono presi in questo tropismo bipolare, spesso fanno proprie divisioni culturali, linguistiche o religiose, originate da una storia precedente manifestando ad esempio che l'unità nazionale non è acquisita, o monopoli geografici. Soprattutto questa analitica formale è ancora astratta, sviluppata nel contesto dello Stato-nazione, lasciando da parte il rapporto dei partiti al sistema-mondo, attraverso la migrazione e i rapporti, reali o immaginari, culturali o materiali, che diversi strati sociali hanno con la totalità che li circonda.

Si tratta qui delle strutture e degli orientamenti più profondi, da cui si può entrare nella reale complessità. Se si intende per "liberalismo" la prospettiva della finanza (i proprietari di capitale), e per  "socialismo", quella dell'élite (dei dirigenti-e-competenti), rimane il "comunismo" per designare quella della classe fondamentale. Ogni volta si tratta di una prospettiva egemonica, secondo cui uno dei giocatori cerca di mettersi nella posizione di poter influenzare gli altri.  Il partito, in questo senso, non può essere l’immagine precisa della classe. Ha sempre qualcosa di un’“interclasse”. Deve offrire agli avversari-partner  un orizzonte  in qualche modo accettabile in una determinata congiuntura. Questo si esprime naturalmente nella linea politica. Ma anche nel fatto che i partiti accolgono tra le loro fila, e anche tra i loro leader, persone la cui posizione sembra risiedere altrove –un insieme di mediatori. I partiti comunisti hanno da tempo attirato gli intellettuali, I partiti socialisti i quadri dirigenti. L’« estrema sinistra » in Europa ha riunito significativamente un’« élite » radicalizzata. Un partito è una forza di influenza di una classe sulle altre, e più precisamente di uno dei tre principali operatori sugli altri due, in una prospettiva, vicina o lontana, di totale egemonia. Questo è il principio del suo universalismo dinamico. Il segreto del suo potere di attrazione e di fascino.

La prospettiva razionale della classe fondamentale è di "spezzare" la classe dominante, di porre fine alla complicità tra i due poli dei dominanti, e quindi di rilasciare la "competenza" dalla morsa della "proprietà". Ciò implica che essa assicuri la propria egemonia sui dirigenti-e-competenti, attraverso il prevalere della propria  linea politica in seno a una sinistra in grado di battere la destra. L'alleanza è una battaglia: l'élite deve essere sconfitta come avversario, attraverso una costante lotta contro le sue prerogative, per essere eletta in qualità di partner. Solo a queste condizioni si può parlare di una sinistra con la lettera maiuscola, realizzando un po' i valori che proclama. Questa "Sinistra", con tali contenuti, non è un fatto di struttura. Si tratta di un evento che si verifica solo quando la classe fondamentale è in grado di superare le sue divisioni e realizzare l'unità tra le sue frazioni. Nel concreto della vita, nelle dinamiche dei movimenti.

 

 

LA "CONSUBSTANZIALITA" DEI MODERNI RAPPORTI SOCIALI

 

Tale discorso teorico, che va dalle classe ai partiti e dai partiti alla lotta sociale, sembra tuttavia avere perso la sua evidenza. La crisi della sinistra politica e sindacale negli anni 70 e 80 cambia improvvisamente la situazione. La storia moderna è sempre stata teatro, al di fuori di qualsiasi partito organizzato, di un flusso costante di rivolte. La novità è che i "nuovi movimenti sociali" fanno emergere delle lotte sociali, a cominciare da quelle del femminismo, del anti-razzismo e dell'ecologia, che sembrano di carattere diverso dalle lotte di classe[3]. Talvolta essi sono stati addirittura tentati di appropriasi del ruolo emancipatore che storicamente si erano invece sempre arrogati i partiti. Io, invece, cercherò di mostrare la consustanzialità dei rapporti sociali di classe, di « razza » e di genere - e le conseguenze che ne derivano per le relazioni tra movimenti e partiti.

   

"Razza » e classe. La società moderna viene costruita nello Stato-nazione : è in questa forma nazionale-statale che i moderni fattori di classe, mercato e organizzazione, si articolano nel rapporto capitalistico di classe[4]. La totalità non-statale che gli Stati-nazioni costituiscono nel loro insieme non possiede la forma metastrutturale statale di classe, ma una forma che io chiamo, a seguito di Wallerstein, sistemica, sottolineando tuttavia che il sistema si caratterizza, a differenza della struttura, dal fatto chè è privo del moderno presupposto metastrutturale che viene posto da una comunità politica[5]. Il conflitto sociale è quindi di un diverso tipo. Solo le situazioni di equilibrio tra le forze coinvolte limitano lo scatenarsi della violenza guerriera : saccheggio e sterminio. Il concetto di "classe" appartiene immediatamente ad un’ontologia della struttura sociale. Quello di "razza" si riferisce ad un’ontologia del sistema, anche se solo indirettamente, attraverso la forma ideologica e pratica (e da cui le virgolette) a cui esso da luogo. Però la « razza » si realizza in quanto tale solo nella classe. E viceversa: il rapporto di classe, poiché è per essenza stato-nazionale, dipende dalla relazione ch’esso intrattiene col suo esterno sistemico, che gli è immanente. La struttura nazionale-statale produce il rapporto di classe come un rapporto di "razza". Rapporti di classe e di « razza » sono consustanziali perché la società capitalista è inestricabilmente struttura e sistema.

 

Genere e classe. Anche I rapporti di genere si iscrivono nei rapporti di classe nella forma del non-riconoscimento della competenza del lavoro delle donne: poiché la forza lavoro domestica è priva di un valore sanzionato sul mercato capitalista, il lavoro delle donne viene, in termini di valore d'uso,  fatto regredire allo status di un’attività naturale. Questa naturalizzazione, che si applica ugualmente al disprezzo del lavoro domestico salariato, indica il posto riservato alle donne nel complesso della vita sociale, dalla produzione alla politica. La modernità capitalista ha inventato e costruito il sesso così come la "razza". Fino all’eterosessualità, che governa l’ordine statale della famiglia moderna[6].

Il capitalismo costituisce, insieme ad un rapporto di classe, un rapporto sociale di genere tra uomini e donne. Si tratta di un rapporto di produzione che si riproduce strutturalmente, presupponendo le sue condizioni legali, politiche, culturali e ideologiche. In questo assomiglia al rapporto di classe[7]. Non è esterno a quest’ultimo : viene composto con esso. Se ne differenzia nei suoi meccanismi, nella sua storicità e nelle sue proprietà tendenziali. In questo si tratta di un rapporto sociale specifico. Uomini e donne non costituiscono due classi. Ma il loro rapporto sociale di genere si realizza nel rapporto di classe. E tende a dividere uomini e donne secondo il moderno rapporto di classe, nel senso che esso è bipolare: gerarchicamente organizzato, in una gerarchia (di ruoli e di posti di lavoro) sessualmente determinata, – e questo elemento organizzativo determina anche le diverse situazioni sul mercato della forza lavoro. In questo senso, i rapporti sociali di classe e di genere possono essere detti consustanziali.

 

Genere e razza. L'immanenza della relazione tra questi due termini può essere scorta nelle modalità di appropriazione dei corpi e delle discendenze, proprie al  meticciato coloniale, e alle costruzioni ideologiche che lo accompagnano[8]. La migrazione contemporanea, per la maggior parte femminile, viene assegnata ai posti di lavoro meno valorizzati del "care", senza contare il caso del " lavoro sessuale"; essa è il perfetto esempio della consustanzialità dei tre principali rapporti sociali – struttura / sistema / genere – della moderna forma di società.

Il cuore pulsante della classe fondamentale, il focolaio della passione critica e utopica moderna, si nasconde nell’incontro di questo triplice rapporto di classe, di razza e di genere, sovradeterminazione di tutte le contraddizioni: triplo rapporto cumulativo di naturalizzazione del dominio, sebbene dialettizzato dal fatto che il moderno rapporto di classe presuppone inevitabilmente un’inter-interpellanza metastrutturale fra uguali, che costantemente invita ancora una volta alla lotta per il riconoscimento.

Le divisioni sociali più profonde all'interno delle nostre società sono legate all’intimo rapporto tra contraddizioni "strutturali", "sistemiche" e "di genere". I conflitti di lingua, cultura o religione non sono mai da prendere come dei « ritorni », o dei recessi identitari, ma come attuali effetti (“razzializzati”, “generizzati”), del sistema-mondo nella struttura di classe. Vanno analizzati all’interno della struttura mercatile-organizzata capitalistica in cui queste popolazioni si affrontano in merito al potere e ai suoi significati sociali. Per tutti questi motivi, il partito dell’emancipazione - dai rapporti di dominio – si può definire soltanto di fronte alla sfida che consiste nel superare le contraddizioni cumulative di classe, razza e genere.

Per quanto riguarda la contraddizione ecologica, essa viene  alla coscienza della moderna umanità, nel momento in cui la prospettiva della propria auto-distruzione le impone di riconoscersi come quel che ha già cominciato ad essere : una comunità politica (infinitamente alienata, è vero) su scala mondiale. È infatti questo l’ordine dell’ecologia, che suona l'ora dell’ultimodernità, quella dello Stato-mondo – il quale non significa un’utopia, ma una novità, nella condizione umana, carica di contraddizioni, ma capace di aprire l'ultimo spazio dell’inter-interpellanza. L'ecologia è il compito della classe fondamentale, poiché essa non può essere affidata alla discrezione di questi due fattori di astrazione e di distruzione che sonno da una parte il mercato capitalista e dall'altra l’organizzazione burocratica, e delle forze sociali dominante che essi costituiscono. Ma essa è anche il compito dei popoli, che si declina a partire dal locale e dal singolo, nella geografia dell’imperialismo. Questo esige partiti internazionalisti che fraternizzino in un umanesimo materialista, cioè ecologico.

 

Partiti e movimenti

 

Movimenti versus associazioni ?  Ma lo scontro effettivo non deriva da una programmazione concertata da un partito o un sindacato. Sono i movimenti, le azioni condotte congiuntamente, animati da consigli, da effimeri coordinamenti o da durevoli associazioni o sindacati, che costituiscono l'epicentro della concreta lotta di classe. La loro varietà risulta da fattori e circostanze. Dalla complessità del tessuto sociale, costantemente rimodellato dagli sviluppi tecnologici. Dalla diversità degli attacchi che il capitalismo, nella sua duplice logica di dominio-sfruttamento e di astrazione, porta a varie parti del complesso sociale, secondo diverse temporalità, disparate. Dal carattere imprevedibile e sovradeterminato delle congiunture che definiscono in un certo momento punti di rottura. E vi si ritrova sempre il marchio della triplice combinazione classe / razza / genere.

I partiti e altre associazioni non possono svilupparsi senza burocratizzarsi, oscillando tra il loro essere-parola-e-movimento e il loro essere-organizzato. Il movimento si trova in contrasto e in contraddizione con la gerarchia, con i suoi privilegi riproducibili. In questo senso è un principio di disturbo democratico e di riqualificazione della pratica di classe. Ne è la viva respirazione.

 

Il nuovo spirito di partito. La classe fondamentale, tuttavia, ha bisogno di un proprio partito, in grado di affrontare il problema politico nel suo complesso e a lungo termine, di porsi come attore fondamentale, di fronte ai due attori dominanti, designati come  la "finanza" e l’"élite". La costruzione di un tale partito richiede un nuovo « spirito di partito », in cui "il partito" è da intendersi nel antico senso di connivenza organica in un movimento storico. Il partito, in questo senso ampio, comprende l'intera gamma dei sindacati e delle associazioni, ciascuna delle quali ha la sua specificità (disoccupati, mal alloggiati, insicuri, discriminati ...), e la sua propria temporalità. Il nuovo spirito di partito si muove in tutti i movimenti della classe fondamentale.

L’analisi metastrutturale mira ad aiutare a capire come, nella profonda sostanza del tessuto sociale in cui si forgiano le soggettività e le memorie, tutte queste contraddizioni comunicano fra loro. Esso mira a stabilire teoricamente il nuovo spirito di partito e l'identità collettiva della classe fondamentale[9].

La classe dominante si dispiega ora quasi spontaneamente in bipartismo, sotto l’effetto del vincolo maggioritario, che la consacra ad una certa alternanza intorno ad una linea di divisione aspramente contestata. La classe fondamentale, invece,  si trova immediatamente divisa, dispersa, e in preda alle sue divergenti affinità elettive. L'unità tra le sue varie frazioni e le situazioni non uniformi in termini di precarietà e di riconoscimento è tanto più difficile in quanto il neoliberismo prosegue istintivamente la frammentazione e la dissoluzione di tutte le solidarietà.

Un partito dell’alternativa era emerso dal focolaio che la classe operaia rappresentava a causa del potere solidale che la sua concentrazione nell’orbita dell’organizzazione industriale le conferiva. Quando tali condizioni non sono più date, esso può solo regredire.

Altri centri di radicalismo, altri contesti di solidarietà politica sono emersi in altri strati sociali, più intellettuali e nell’ambito di istituzioni più diffuse, offrendo nuove opportunità per il reciproco riconoscimento e l'organizzazione. L'incubo della sinistra alternativa è la concorrenza distruttiva tra questi focolai. Essa si trovava poco tempo fa divisa sulla questione dei meccanismi che avrebbero dovuto portare alla soglia di cambiamenti strutturali storicamente irreversibili, e che illustrava il “grand récit”. Una volta tolta questa illusione, non c’è più molta differenza tra i programmi. Tutti i partiti condividono un simile modello di incessante resistenza, di trasformazioni o rivoluzioni, grandi o piccole, sempre da definire nel possibile di ogni congiuntura. Le divisioni sotterranee derivano piuttosto da ciò che rappresenta l’impegno politico nella vita di ciascuno dei protagonisti, in funzione della loro rispettiva posizione, presente o futura, nella società, e in relazione alle diverse culture e identità collettive che si costruiscono in queste condizioni - perché un partito è anche un luogo di socialità, un momento nella vita delle persone. La classe fondamentale avrà il partito che merita quando si prenderà la misura del fatto che la potenza comune deriva precisamente da questa diversità critica, e dalla ricchezza politico-culturale che ognuno porta agli altri.

ll potere è ovunque, ma il centro è di fondamentale importanza. E non vi è un « al di fuori » da cui lo si potrebbe influenzare. Parteciparvi centralmente è necessariamente un obiettivo. L'alleanza richiede sempre compromessi. Muoversi in questa direzione presuppone che sia continuamente fornita la spiegazione pubblica della scelta tra male e peggio - che è la condizione del "moderno principe". La politica della classe fondamentale non può che essere condotta secondo le modalità degli esperimenti scientifici, dove tutti i protocolli sono pubblici. Una politica sperimentale, sempre capace di reversibilità.

Per fondare una pratica legittima in un mondo di conflitto, si deve essere in posizione di soddisfare una serie di questioni che sono al centro della politica. Chi siamo? Chi sono i nostri amici? Chi sono i nostri avversari? Chi sono i nostri nemici? I nostri potenziali alleati?

E non si lotta contro il mercato, né contro la burocrazia, che sono astrazioni. Si lotta contro forze sociali, attori sociali, soggetti nei confronti di soggetti. La lotta di classe si svolge in pieno giorno. Carattere pubblico, diceva Kant. Questione di riconoscimento.

 

(texte italien revu par Alessandro Trevini)

 


 

[1] Voir par exemple les derniers travaux de Danielle Kergoat, auteure de cette expression, et de Jules Falquet, dans Elsa Dorlin (éd., avec la coll. d’Annie Bidet-Mordrel), Classe /Race /Genre, Pour une épistémologie de la domination, PUF, 2009, collection Actuel Marx Confrontation, qui s’inscrivent dans une lignée notamment marquée par Colette Guillaumin et Christine Delphy, pour se borner à la bibliographie française.

[2] Les présupposés en sont élaborés à travers Théorie générale, PUF, 1999, Explication et reconstruction du Capital, PUF, 2004, p. 219-265, et Altermarxisme (en collaboration avec Gérard Duménil), PUF, 2007, chapitre 9. G. Duménil et D. Lévy ont de leur côté produit une approche économique et sociale des classes sociales, en termes de « capito-cadrisme ». Voir notamment La dynamique du capital, PUF, 1996, et Economie politique marxiste, La Découverte, 2003. On trouvera ici des échos d’une recherche convergente à divers égards. Les deux matrices théoriques sont cependant de nature très différente. Précisions sur le site http://perso.orange.fr/jacques.bidet/.

 

[3] La référence classique est ici l'ouvrage de Laclau et Mouffe, Hégémonie et stratégie socialiste. Paru en anglais en 1985, est publié en 2009 en français, avec une préface d’Étienne Balibar, aux éditions Les Solitaires Intempestifs.

[4] Sur ce point, je m’écarte de certaines approches contemporaines (comme celle d’Etienne Balibar), selon lesquelles l’État-nation n’était, pour le capitalisme, qu’une solution possible parmi d’autres, et sans doute provisoire. A mes yeux, il existe un lien intrinsèque entre structure moderne de la classe et Etat moderne. Et cela explique le fait qu’émerge (derrière notre dos) un Etat-monde.

[5] La relation structure /système, qui m’apparaît comme une tâche centrale de la théorie de la modernité, est élaborée dans Théorie Générale, Livre 2, et reprise dans Altermarxisme, chapitre 8.

 

[6] Voir Jules Falquet, La règle du jeu. Repenser la co-formation des rapports sociaux de sexe, de classe et de « race » dans la mondialisation néolibérale, in Elsa Dorlin, op. cit.

[7] Pour une plus ample bibliographie du féminisme matérialiste, voir Annie Bidet-Mordrel et Jacques Bidet, « Les rapports de sexe comme rapports sociaux », Actuel Marx N° 30, Les rapports sociaux de sexe, PUF 2001, page 13 à 43.

[8] Voir entre autres Elsa Dorlin, La matrice de la race, Paris, La Découverte, 2006.

 

[9] Pour une concrétisation de mon propos, on pourra se reporter, sur mon site, à un ensemble d’articles récemment publiés dans Le Monde, Libération, L’Humanité, Sarkophage et (avec Gérard Duménil) dans Le Monde Diplomatique.