Jacques Bidet

Rifondare il Capitale per comprendere la mondializzazione e promuovere all'altermondializzazione

Université de Milan

Novembre 2006

Texte italien entièrement revu par Marco Vanzulli


 

La forma mondo oggi

La forma sociale totale, oggi, è quella di un sistema-mondo. Grosso modo, di un sistema di Stati-nazione, in cui lo Stato-nazione figura come elemento. Ciò che caratterizza storicamente lo Stato-nazione è la sua tendenza, continua dalla sua origine nelle città-Stato dell’Italia medievale, a crescere di dimensione, e quindi a diminuire numericamente. Si è passati così dai proto-Stati provinciali agli Stati-nazione classici, poi a delle entità continentali, che ne assumono alcune funzioni essenziali. Questo movimento, che è legato allo sviluppo delle forze produttive, conduce immancabilmente verso uno Stato-mondo, oggi ancora in gestazione.

Progressivamente si abbozzano un territorio che è il mondo, una popolazione che è l’umanità, una legge che è quella del capitalismo, con delle istituzioni capaci d’implementarla. è ancora il Sistema-mondo a rappresentare la forma effettiva della totalità, nella sua asimmetria naturale [foncière] centro/periferie, o Nord/Sud. E ciò è vero anche nelle condizioni di un certo policentrismo. Solamente, il sistema non è più ormai, come era stato fino alla metà del Novecento, la forma esclusiva. Lo Stato-mondo si costruisce a poco a poco, invisibilmente, alle nostre spalle, come istanza di razionalità collettiva e di legittimazione richiesta dal centro sistemico (imperialista) stesso. La centricità mondiale-statale si manifesta in un complesso di istituzioni che ha la funzione di realizzare una legge comune. La sostanza di questa legge dipende dai rapporti di forza all’interno del Sistema-mondo. Si stabilisce così una correlazione, una complicità fra il centro mondiale-statale ed il centro mondiale-sistemico (o imperialista). Si tratta tuttavia di due logiche distinte, parzialmente antagoniste, costitutive della condizione sociale e politica dell’umanità nel suo complesso oggi, la quale non può accedere alla sua maturità se non riesce a decifrarle. E ci si chiede allora quale luce possa portare, rispetto a tale questione, il lavoro del marxismo[1].

 

Lo Stato-nazione nel Capitale

Cominciamo dunque con questa figura elementare, lo Stato-nazione, che sembra destinata a diventare una figura totale.

Ci si aspetterebbe di trovare tale concetto al centro della costruzione teorica di Marx, della sua teoria della modernità. Ora, potrebbe sembrare assente dalla sua grande opera, Il Capitale, apparentemente consacrato, certo, all’economia. E si sa che Marx non ha mai avuto il tempo di realizzare questo lavoro enciclopedico che aveva in vista, e che includeva effettivamente una teoria dello Stato.

In realtà, tuttavia, non è così. La questione dello Stato è fortemente presente dall’inizio del Capitale, ed occupa quasi totalmente il capitolo 3 del Libro I. Stranamente, i commentatori non hanno prestato attenzione a questo punto. Gli interpreti non hanno sempre saputo porre le questioni teoriche e politiche che avrebbero permesso loro di scoprire i problemi filologici più rilevanti. Con un poco di attenzione però si scoprono in questo capitolo molti concetti politici della modernità. E si è condotti a chiedersi perché il resto del corpus teorico manchi in questo luogo, dove invece dovrebbe trovarsi.

Questo capitolo, infatti, espone le condizioni statali di un ordine mercantile. Si tratta dunque di una teoria dello Stato. Non dello Stato capitalista, ma, se si può dire, dello Stato mercantile. Tale Stato, naturalmente, non esiste. È un’astrazione. Iniziale. L’esposizione teorica parte dal momento più astratto, dal concetto della forma mercantile di produzione. Il capitolo 3 della Sezione I espone la forma di Stato da essa supposta. Non propone la teoria strutturale dello Stato, quella che è supposta dalla struttura di classe capitalista. Ma solamente una teoria metastrutturale dello Stato, quella che è supposta dalla metastruttura, dal « presupposto posto » della forma capitalista di società, ossia, secondo Marx, la forma mercantile di produzione.

 

Mercato e capitale

Tale è, infatti, l’oggetto del capitolo 1 (che gli interpreti designano spesso come quello della « circolazione semplice », − un errore gravissimo che le impedisce poi di concepire la relazione fra mercato e capitale). Il capitolo 1 espone la forma pura di una produzione mercantile secondo il suo concetto, cioè il concetto di una produzione sociale fondata sulla relazione di mercato fra i produttori che si considerano mutuamente come liberi, uguali e razionali. E che sono dunque fra loro in relazioni di concorrenza all’interno di ogni settore (produttivo) e tra i vari settori. Tale è l'oggetto della teoria marxiana del valore, che formula la logica sociale della produzione dei valori d'uso nella forma del mercato. Questa teoria è formulata nella sua interezza in questo primo capitolo (o almeno dovrebbe esserlo, ed i complementi che si trovano altrove su questo tema, per esempio nel Libro III, hanno il loro luogo legittimo in questo momento iniziale dell’esposizione).

Si sa come Marx continui la propria esposizione: il capitalismo – spiega –non è proprio un’economia di mercato, perché non è una logica pura della produzione di valori d'uso, della « ricchezza delle nazioni ». Le determinazioni razionali (economiche) e ragionevoli (giuridico-politiche) del mercato esistono soltanto nei rapporti capitalisti, la cui logica non è quella della produzione  di valori d'uso, di ricchezze concrete, ma della ricchezza astratta, il plusvalore.

Marx, in un certo senso, non fa nient’altro che riprendere due convinzioni popolari. Da una parte, il lavoratore salariato viene sfruttato : produce più di quanto riceva. D'altra parte, il capitalista non ha nessun altro obbiettivo che il profitto. Ma Marx trasforma queste asserzioni indeterminate in enunciazioni teoriche, perché decostruisce il concetto di « produzione », distinguendo fra la produzione di valori d’uso e la produzione di plus-valore. E può farlo soltanto producendo un complesso di nuovi concetti, a cominciare da quello di valore. Questo complesso di concetti metastrutturali, che includono quello di Stato, costituisce l'oggetto legittimo della Sezione I, in quanto inizio necessario dell'esposizione teorica della forma moderna di società.

Ed è vero che i discepoli di Marx non sembrano sempre preoccuparsi di tali dettagli. Citerò solamente il marxista italiano più celebre, e forse il più creativo, alludo a Toni Negri, che ha una sola parola (la parola « valore ») per dire « valore » e « valore d'uso », quando Marx, fondatore, per questo aspetto, dell’ecologia politica, organizzò la sua intera teoria attorno alla relazione dialettica fra questi due termini. E ha ancora una sola parola per dire « produzione », quando la rottura epistemologica di Marx con  l’economia standard consiste precisamente nell’aver saputo rompere questo termine in due: in produzione di plus-valore, versus produzione di valori d'uso (e tutto questo, in Negri, diviene « produzione  di valore »). A partire da questo punto, si potrebbe essere tentati di pensare che ogni incontro ulteriore fra Marx e Negri sarebbe puramente fortuito. Non è certo il caso, però qualcosa di essenziale manca pure al loro amore.

 

La strategia discorsiva di Marx

Il difetto più frequente delle interpretazioni, tuttavia, è di trovare pienamente soddisfacente quello che Marx ha scritto. Ora, per l’appunto, non vi è qui ragione di essere soddisfatti. Marx, infatti, non riesce a formulare correttamente il problema della metastruttura, di cui è pure il geniale inventore. Ma, per rendersene conto, bisogna considerare questo inizio nel complesso della strategia discorsiva dell'esposizione.

L'invenzione marxiana consiste nel mostrare che i rapporti di classe moderni non rinviano a degli statuti personali ineguali, come succedeva anteriormente. Ma appunto alla libertà, uguaglianza e razionalità di tutti i membri della società. E tali sono, infatti, le caratteristiche del rapporto di produzione mercantile presupposto nella forma moderna di società. Per questo il discorso che formula la teoria comincia necessariamente da questo punto.

 Il difetto di questa esposizione appare tuttavia quando si prenda in esame il movimento stesso dal quale si sviluppa. La relazione mercantile di produzione, spiega Marx (prima di Hayek), è una vera e propria meraviglia, giacché assicura al tempo stesso l’equilibrio nell'allocazione delle risorse, la motivazione alla produttività e l’informazione dei collaboratori (e non è difficile trovare tutto questo nel primo capitolo). Ma aggiunge che tale meraviglia, se dev’essere intesa come un ordine naturale che s’impone a noi, è proprio tutto il contrario di un ordine libero e razionale. Questo, infatti, si potrebbe solo dire di un ordine su cui converremo liberamente insieme. Marx non fa qui nient’altro che applicare all'ordine economico la logica del contratto sociale. Arrivato a questo punto dell'esposizione, invita espressamente il lettore a formarsi la rappresentazione della possibilità di un altro ordine, di un altro mondo, fondato sulla proprietà comune, la concertazione fra persone libere, che organizzano la loro produzione secondo piani liberamente concertati.

E tutto il seguito del Capitale tende a questo fine: mostrare che lo stesso sviluppo del capitalismo tende storicamente alla marginalizzazione progressiva della relazione mercantile, a vantaggio di questa « organizzazione concertata ». La concorrenza tende storicamente a distruggere la concorrenza, giacché conduce alla concentrazione in oligopoli. Questi non sono dei mercati, ma delle organizzazioni a priori che progressivamente si mostrano capaci di assicurare da sole la coordinazione complessiva della produzione. E così si elaborano le condizioni della rivoluzione socialista.

 

L’errore di Marx

Non è tutto falso in questo sviluppo, ma c’è qualcosa di radicalmente incorretto. L'errore che contiene consiste nella forma teleologica del «grand récit» [grande racconto] che procede dal capitalismo al socialismo andando dal mercato all'organizzazione concreta. Il genio di Marx è consistito nel porre al centro dell'analisi queste due categorie fondamentali del mercato e dell'organizzazione. Apre così tutto un continente agli economisti, ai sociologi, ai giuristi ed ai filosofi. Ma l'errore consiste nel mettere il mercato all’inizio e l’organizzazione alla fine, quando questi sono i due poli del presupposto razionale e ragionevole costitutivo della metastruttura della modernità. Più precisamente la relazione interindividuale di ciascuno a ciascuno e la relazione interindividuale fra tutti costituiscono allo stesso tempo i due poli della nostra razionalità economica e i due poli della nostra ragionevolezza giuridico-politica. In altri termini, questa coppia bipolare presente due facce, una economica, e l'altra giuridico-politica.

Perché è così? Se, come stabilisce Marx, la forma moderna di società è fondata su un presupposto d’intelletto e di ragione, ciò si dà soltanto all’interno di questo quadro metastrutturale, bipolare e bifronte. Infatti, né il mercato per se stesso né l'organizzazione pianificata per se stessa sono economicamente razionali. E la legittimità giuridico-politica di un ordine sociale si rivela soltanto nella co-implicazione della libertà (inter) individuale e della libertà comune.

È degno di nota che Marx inizi la sua esposizione teorica secondo il doppio aspetto economico e giuridico-politico, costruendo la figura della produzione mercantile, e la forma mercato in questo senso, come una relazione fra degli esseri economicamente razionali che si relazionano tra loro come liberi e uguali. Ha dunque visto bene la bifaccialità. Ha fondato una nuova economia, in cui la relazione economica non si dà mai al di fuori della relazione politica. Ha fondato l'economia eterodossa di oggi. Gli è solo mancato di vedere la bipolarità. Il fatto che ciascuna di queste due facce si presenta legittimamente solo nella relazione fra i loro due poli: il fatto che l'economia è razionale solo rispetto alla relazione che essa pone fra il mercato e l'organizzazione, e che l’ordine giuridico-politico, implicito nella stessa relazione economica, si costruisce solo nella relazione fra libertà civile (fra persone singolari) e la libertà civica (fra tutti). Tutte le figure fondatrici della filosofia e della scienza sociale moderna si trovano, infatti, presupposte in questo inizio. Si capisce, ad ogni modo, perché questo inizio supponga un concetto metastrutturale dello Stato-nazione.

 

Ricostruire Il Capitale

Occorrerebbero naturalmente delle lunghe indagini per analizzare le teorie del diritto, dell’economia, della sociologia e della politica nei minimi particolari. Bisognerebbe ricostruire tutta la teoria di Marx, punto per punto, su questa base allargata. È stato ciò che ho fatto nel mio libro Explication et reconstruction du Capital. Mi limiterò qui ad un abbozzo molto schematico.

Il segno della modernità, si capisce, non è « il mercato », ma una metastruttura più complessa che articola le due mediazioni, il mercato e l'organizzazione. Questa metastruttura non è il suo fondamento, ma il suo riferimento. E questo riferimento esiste solo in condizioni storiche in cui queste due mediazioni, che sono le forme stesse del nostro intelletto e della nostra ragione sociale, si rovesciano nel loro contrario. Le due mediazioni si rivelano così come i due fattori di classe, costituivi, nella loro connessione, del rapporto di classe moderno. La modernità non avviene/si produce dunque esattamente come un periodo storico. Ma innanzitutto come una logica che si applica prima solamente su spazi limitati, ed assai limitatamente, all’interno di un mondo essenzialmente premoderno.

Fin da principio, questa logica strutturale, che sarà progressivamente quella degli Stati-nazione, si lega ad una logica del tutto diversa, la logica sistemica, quella della totalità moderna come sistema degli Stati-nazione (e di tutto ciò che non è compreso in essi). Ma vediamo prima l’aspetto strutturale.

Mi permetto, a margine dell’esposizione logica, una considerazione storica. Coesistono, nella forma moderna di società, e dal suo inizio, due forme di produzione, di cui l’una è mercantile e l’altra organizzata. La merce non è quindi « la forma elementare di ogni ricchezza » nella società moderna. Quest’ultima, dacché esiste, si è anche organizzata per produrre attraverso l’organizzazione. Michel Foucault è a tale riguardo un grande classico. Ciò che chiama il « liberalismo » del XVIIIe secolo può, in parte, essere rivendicato come social-democratico: si tratta di tutto ciò che è prodotto in termini di beni e di servizi da parte d’istituzioni tentacolari quali gli ospedali, le scuole, le amministrazioni, senza contare le manifatture reali, gli arsenali ecc.

È bene, naturalmente, prendere sul serio quest’altro aspetto della produzione di ricchezze, che non dipende dalla teoria marxiana del valore esposta nel capitolo I, ma richiede necessariamente un’altra teorizzazione. Occorre soprattutto fornire la teoria della connessione di queste due logiche polari nella produzione capitalista. Non soltanto dell'organizzazione all’interno del mercato. Ma anche della loro «englobance» complessa, che pure è tale sia che il risultato sia una merce, sia una non merce, sia un misto delle due. È necessaria dunque una teoria del valore, cioè della produzione mercantile, e una teoria della forma non mercantile della produzione di ricchezze (valori d’uso), e delle loro relazioni, per esempio per chiarire i dibattiti odierni sul PIB.

Occorre una teoria della moneta, che la intenda al tempo stesso come merce e come non merce. Nella sua forma astratta, essa deve cominciare col prendere in considerazione il fatto che ad una merce per potere svolgere questo ruolo non basta essere « uniforme » e « divisibile », ma dev’essere anche capace di portare un’effigie che assicuri in essa la presenza reale della forma organizzata dello Stato, − ed è strano che Marx non se ne sia accorto.

Occorre una teoria del feticismo che si applichi tanto all'organizzazione come al mercato. Questa, del resto, non è difficile da elaborare, poiché Marx l'ha esplicitamente formulata a proposito della grande impresa, ma, in un modo assai strano, come una scoperta alla quale si accede solamente nel capitolo 11, nel momento in cui, dopo avere studiato la struttura del capitalismo, si accinge ad analizzarne la tendenza storica. Uno strano capitolo, intitolato « La cooperazione », ossia, in realtà, un’altra parola per  organizzazione. Cioè una parola per un concetto che detiene lo stesso statuto epistemologico del mercato, e che ne merita la stessa collocazione: sia al principio sia nel seguito dell’esposizione, nella prima articolazione sia della metastruttura sia della struttura.

Arrivo ora al punto più difficile, alla questione strategica che appare nel Capitale nei termini del passaggio dal mercato al capitale, cioè come la questione della relazione fra il mercato ed il capitalismo. Questo passaggio, Marx lo percorre dalla Sezione I alla Sezione III, attraverso la Sezione II. Se la mia analisi è esatta, esso si deve intendere nei termini del passaggio, ossia della relazione dialettica, fra la metastruttura e la struttura, − dove la metastruttura è una figura più complessa che comprende il mercato e l'organizzazione. Questo è evidentemente il centro di tutta la teoria. Ed è a partire da esso che il marxismo si può costituire in teoria realista della forma moderna di società.

È sempre a questo livello che si chiarisce pienamente una delle scoperte centrali del Capitale: il fatto che lo scopo della produzione capitalista non è il valore d'uso, la ricchezza materiale, ma la ricchezza astratta, il profitto. Se è così, si capisce come la lotta delle classi non abbia tanto per scopo la spartizione del prodotto eccedente, come tende ad intenderlo un certo marxismo volgare o economista, ma la natura di ciò che viene prodotto. La sua natura concreta. Tanto più che qui appare che l’infinita spinta del capitale verso la ricchezza astratta, quali che siano le conseguenze che essa ha sulle popolazioni, le culture o la natura, istituisce una relazione che non è soltanto una relazione capitale/lavoro, ma una relazione fra il capitale e la « moltitudine ». E l'astrazione si deve intendere come un’indeterminazione del « produttivo » e del « distruttivo ». Tutte categorie che gli interpreti non sanno bene collocare al posto che loro compete.

L'analisi metastrutturale è, inoltre, quella che permette di capire che l'astrazione del mercato capitalista ha, come si sa da Weber e Kafka, come controparte simmetrica l'astrazione dell'organizzazione. L'accumulazione del profitto, da un lato, e l'accumulazione della « competenza » (coll’arbitrarietà legata a questo termine), dall'altro, sono le due forme d'accaparramento del potere sociale e di sviamento della potenza collettiva. La coppia « sapere » / « competenza » sarebbe da analizzarsi secondo la stessa critica dialettica che si usa per la coppia « valore d'uso / « valore ». Ecco, del resto, perché queste astrazioni reali non sono da prendersi come onnipotenti. La lotta di classe che si esercita dal basso è una lotta della vita concreta, della forma di vita, della cultura. Ma essa si esercita diversamente rispetto a questi due poli dello sfruttamento e dell'astrazione.

 

Con Marx, al di là di Marx, e contro Marx

È a partire dall'analisi metastrutturale che questa teoria si può sviluppare come teoria realista delle classi sociali nella forma moderna di società. Giunti a questo punto, infatti, si capisce perchè la classe dominante si presenti secondo una doppia polarità, una fondata sul mercato e sui titoli di proprietà che si legano a questa, l'altra sull'organizzazione e sui titoli di competenza che questa suppone. E per questo la classe fondamentale, quella che produce e di cui il lavoro viene sfruttato, si suddivide in frazioni diverse a seconda che conti di più il fattore di classe mercantile (i lavoratori autonomi e i contadini), o il fattore di classe organizzativo (i funzionari e simili), sia che i due fattori si coniughino più strettamente (salariati del settore privato). Così si possono superare diverse incertezze relativamente ai concetti di lavoro produttivo ed improduttivo, e relativamente alle speculazioni economico-politiche dubbie ad essi connessi.

A partire da questo punto, si può comprendere anche che la lotta della classe fondamentale ha sempre condotto a ricercare l'unione fra le sue diverse frazioni, ma anche l'alleanza col polo della competenza. Non è questo soltanto la logica strategica del movimento operaio, è anche quella di una lotta collettiva di emancipazione che continua fino ad oggi in condizioni « strutturali » analoghe.

È sempre a partire da tale concezione che si può svolgere una teoria coerente dell’egemonia. Giacché in alto, dal lato dei dominanti, esistono due poli di egemonia, ossia due posizioni da cui ciascun polo cerca di guidare la società, una a partire dalle forze della « proprietà », l’altra a partire dalle forze della « competenza ». Queste posizioni, in quanto poli di egemonia, possono rafforzarsi soltanto nella misura in cui riescono ad integrare, a subordinare a sé la logica dell’altro polo. Due posizioni di egemonia in concorrenza per il primato, e che si alternano da una parte al governo delle legislature a breve scadenza, e d’altra parte all’apice dello Stato nell'alternanza dei periodi storici. Rinvio qui ai lavori di Gérard Duménil. In concorrenza per la dominazione sociale, esse sono dunque anche in connivenza l’una con l’altra.

Si capisce così anche che in basso la classe fondamentale, che ripresenta il terzo polo di egemonia, riesce ad imporsi storicamente ogni volta che perviene a portare avanti fra le proprie frazioni una politica unitaria abbastanza forte da imporre l'alleanza al polo dei competenti. È in tale contesto che emergono, in congiunture sempre inedite, dei processi rivoluzionarii o delle riforme radicali.

Basti questo per la teoria strutturale dello Stato-nazione.

 

Il Sistema-mondo

 È tutta questa analisi strutturale che è in realtà necessaria per comprendere l’altro versante del problema. Infatti, il mondo moderno, la modernità, non è lo Stato-nazione, la struttura di classe capitalista, la lotta delle classi intesa in questo senso. E lo stesso vale per il rapporto strutturale, il rapporto sistemico, la totalità come Sistema-mondo. Ma è la struttura che permette di capire il sistema. E si tratta qui, come vedremo, di un’asserzione di grande rilevanza.

Infatti, il sistema, come totalità, si definisce innanzitutto negativamente. Diversamente dallo Stato-nazione, esso non implica nessun presupposto posto. Non implica nessuna metastruttura. Non c’è nessun « metasistema » in questo senso. Anch’esso circoscrive uno spazio, lo spazio totale. Ma su questo spazio sistemico, fra le persone che lo popolano, non c’è nessun presupposto di contrattualità centrale. In altri termini, le nazioni sono naturalmente in uno stato di guerra che è limitato soltanto dai rapporti di forza e dalle condizione geografiche. La contrattualità interindividuale mercantile (o anche, strutturalmente, la relazione mercantile capitalista) non conosce a priori nessuna frontiera. Fin dal principio, il mercato trascende le frontiere. È sempre limitato da qualche forma antagonistica di organizzazione, ma non si tratta mai di un’organizzazione comune. Si tratta soltanto di quella che permette il rapporto di forze fra le nazioni.

In tale contesto, prevale l'imperialismo, che deriva semplicemente dalla differenza di forza fra le componenti del sistema. Quindi anche la guerra, la schiavitù, il saccheggio, la distruzione ecc. Ci sarebbe naturalmente tanto da dire sul Sistema quanto sulla Struttura. Ma questo travalicherebbe il quadro di questa relazione. Mi limiterò a sottolineare che la modernità non è lo Stato-nazione, ma nella stessa misura il sistema: tanto il sistema quanto la struttura. E si vede che autori quali Agamben pongono, unilateralmente, tutto il rilievo sullo Stato. Si avvicinano su questo terreno ai liberali, che pretendono instaurare un diritto senza Stato. Lo Stato moderno, già perverso come Stato di classe, esiste sempre, ma la logica del sistema gli aggiunge dall’esterno una corruzione che non deriva dalla forma Stato stessa. Questo punto è importante rispetto alla questione dello Stato-mondo.

 

Lo Stato-mondo e la questione altermondialista

Oggi, lo sviluppo delle forze produttive ci ha fatto raggiungere un limite di cui il pericolo ecologico è il segno più visibile. Ma restare alla questione ecologica così intesa significa restare nella concettualità delle forze produttive (distruttive). È opportuno qui ricordare, con Marx, che queste questioni sono sempre da considerare nelle loro relazioni dialettiche ai rapporti sociali. La frontiera ecologica emerge nel contesto di una novità radicale che il marxismo degli interpreti non può davvero chiarire, perché non si è messo in condizione di pensare lo Stato-nazione, e quindi neanche lo Stato-mondo. Lo Stato-nazione, infatti, a forza di crescere sempre di dimensione, ha raggiunto adesso la dimensione planetaria. La forma Stato-mondo non si sostituisce a quella del Sistema-mondo, che rimane la forma più effettiva. Trova in quella il suo luogo di gestazione. E rimane profondamente annodata a questa matrice.

L’umanità, che, fino ad oggi, non è stata soltanto una specie, ma anche una comunità culturale, ha varcato da alcuni decenni fa la soglia a partire da cui diviene una comunità politica, cominciando a costituirsi nella forma Stato, nel senso dello Stato-nazione. Non uno Stato mondiale, ma qualcosa di molto diverso: uno Stato-mondo.

A partire di questa situazione, tutte le grandi categorie della filosofia politica moderna entrano in crisi, nel stesso momento in cui raggiungono la loro maturità. Questo momento storico non è quello di una postmodernità, ma di una ultimodernità. Lo Stato-nazione, trascendendo se stesso in Stato-mondo, raggiunge in qualche modo il suo concetto. Che è quello del superamento storico ineluttabile, sebbene a lungo termine, della forma sistemica.

La coppia polare mercato / organizzazione, lungi dal declinare, si svolge invece nel suo ultimo spazio. Configura la condizione di classe dell’uomo moderno. In alto, due egemonie concorrenti. In basso, il fondamento del futuro: una classe fondamentale in lotta per la propria emancipazione. O piuttosto, una « moltitudine » che sorge all’incontro dei rapporti di classe (quelli della struttura), dei rapporti di « razza » (quelli del sistema) e dei rapporti di genere.

Allo stesso tempo, il presupposto posto dalla modernità, comprendere come l'interpellazione rivoluzionaria raggiunga la sua ultima forma, che resta tuttavia sempre aperta. La rivoluzione non muore, poiché è iscritta nella forma stessa, metastrutturale, interpellante, provocatrice, della modernità.

 

Le condizioni della rivoluzione altermondialista

La Rivoluzione Francese e le rivoluzioni del XIXe secolo furono generalmente grandi movimenti popolari guidati da una borghesia ancora più o meno indifferenziata, contro una società ancora massicciamente premoderna. Le rivoluzioni del XXe secolo, sollevamenti delle periferie contro i centri imperialisti, furono, almeno generalmente, movimenti di massa,   ancora più popolari condotti dalla classe fondamentale nel contesto di un’alleanza coi competenti (contro i proprietari). L’egemonia dei competenti è cresciuta in potenza, fino al punto in cui hanno dovuto fare affari coi proprietari, fino ad inchinarsi davanti a loro. Le società moderne hanno finito coll’assomigliarsi.

Le rivoluzioni del XXIe secolo saranno condotte dalla classe fondamentale, che non ha altra scelta che l'alleanza colla competenza, ma che ne sarà la guida. La sua lotta è in basso, nelle cose concrete, nel quotidiano, a partire da cui si abbraccia la totalità. Per lungo tempo ancora una lotta anti-sistemica, allo stesso tempo che anti-strutturale e anti-patriarcale.

Ormai globale, in una natura che non è soltanto sociale, socialmente costruita e costruibile, ma anche natura naturale. Finita, esauribile. E tanto breve.

 


 

[1] Farò riferimento principalmente alla trilogia: Théorie générale, PUF 1999; Explication et reconstruction du Capital, PUF 2004, e L’Etat-monde, Philosophie politique de l’altermondialisation, che uscirà nel 2007.